Morto Giorgio Bocca, Cuneese e stimatore delle Langhe

E’ morto ieri pomeriggio nella sua casa a Milano Giorgio Bocca, nato a Cuneo il 28 Agosto 1920.

Giorgio Bocca non era solo cuneese di nascita, ma manteneva le sue origini nello spirito e nel cuore, tornando periodicamente nella sua città d’origine e nelle Langhe, da lui tanto amate e celebrate nei suoi scritti.

Questo è probabilmente l’ultimo articolo di Bocca in cui descriveva le Langhe, scritto per Repubblica il 25 Settembre 2011.

 

Un pranzo nelle Langhe con la testa sul piatto
Alle Langhe si sale, nelle brume della pianura appare la terra promessa, la nube morbida delle colline. Con quegli sfondi alpini che mutano ogni volta, mai visto come questa sera fra i pioppi del Tanaro e le alture di Santa Vittoria d’Alba, un Monte Viso così ghiacciato, così tagliente. Il mondo non si lascia vedere in una sola volta, da questa strada continuo a scoprire castelli, ville, chiese dinanzi a cui sarò passato mille volte.

 

Per andare a San Fereolo passo a Barolo, davanti alla casa del Pira, che fu l’ultimo in Langa a pigiare le uve con i piedi, e un giorno si buttò nel pozzo lasciando le tre sorelle a chiedersi il perché. E poi salgo a Monforte. Lì la strada scende per qualche centinaia di metri e poi curva all’Osteria del Ponte: c’è ancora una scritta scolorita, lì era il cuore del nostro mondo partigiano, arrivavano i comandanti di banda per discutere dei lanci, per spartirsi le armi, le divise americane color nocciola e a chiedersi chi poteva aver rubato il fusto con una striscia rossa con le cose strane degli americani: pillole per restare svegli, benzina rosa in una sacca di plastica, mai vista prima, stecche di Chesterfield. Il vecchio Conterno non era proprio un oste, ma un padrone di vigna che aveva affidato ai figli, e stava lì all’osteria per sentire quelli che vanno per Langa, sentirli raccontare.

 

Per secoli la comunicazione orale è stata l’unica in queste colline per cui non passavano treni o carrozze di posta, ma solo i barrocci di quelli che portavano vino in Liguria e ne tornavano con l’olio e le acciughe. Noi facevamo all’Osteria del Ponte i nostri discorsi di guerra e i nostri progetti di pace, e il vecchio Conterno li scioglieva nel vino; saliva dal crotto con le bottiglie di Barolo e diceva: «Queste è meglio che ce le beviamo noi e non i tedeschi. Le avevo tenute per il matrimonio dei miei figli».

 

Mi fermo davanti all’osteria, vado a guardare le finestre che danno sul retro, sul fossato per cui fuggimmo quella sera che entrò nell’osteria una donna vestita di nero, e agitava le braccia e diceva: «I tudesc, i tudesc! ». Vestita di nero lì a Monforte come alla Ruà del Prà in Val Maira, come al Piasco in Valle Varaita. Che non fosse sempre lei, la nostra Pallade Atena contadina che arrivava a salvarci? Per andare a San Fereolo passo per i miei ricordi. Un po’ spaesato lo sono, mi sembra strano che la gente non mi riconosca, che le sorelle Pira siano morte, che il parroco di Monforte abbia un’altra faccia, che sia pieno di automobili e che abbiano fatto una grande cantina bianca sotto una piscina, quelli che comprano il vino vedono quelli che nuotano sopra le loro teste. In guerra avevamo poche macchine fotografiche e non era consigliabile usarle, tutto è rimasto affidato alla memoria, che ricorda solo ciò che vuole.
 
Un giorno salendo a San Fereolo vedrò che persino l’Osteria del Ponte è scomparsa. Una delle piccole cose importanti di qui è il pranzo in trattoria alla domenica, non quello dei turisti su in Langa, ma dei contadini che hanno finalmente alzato la testa dal lavoro: non c’è nulla di meglio che stare a pranzo al caldo dietro le tendine bianche ricamate e farsi finalmente servire e provare il lusso, perché in tutte le trattorie ormai ci sono la tovaglia bianca, i bicchieri a calice, la carta con i cinque vini e i venti piatti. I contadini hanno alzato la testa nel mondo, ma quando mangiano la tengono piegata sul piatto, solo ogni tanto la sollevano per vedere se è proprio vero, se è arrivato anche per loro il momento di farsi servire.
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